- Un Paese che non laurea abbastanza
- Laureati sì, ma per fare cosa?
- Il ranking che fa male: solo quattro atenei tra i cento migliori
- Merito, governance e logiche tribali
- Cosa servirebbe davvero
- Domande frequenti
Un Paese che non laurea abbastanza
I numeri, quando sono così netti, non hanno bisogno di interpretazioni complesse. Nel 2024, appena il 31,6% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni risulta in possesso di una laurea. La media europea si attesta al 44%. Oltre dodici punti di distacco: non un gap, una voragine.
L'Italia si colloca stabilmente agli ultimi posti in Europa per quota di giovani laureati, una posizione che ormai si trascina da anni senza che nessun intervento strutturale sia riuscito a invertire la rotta. Il dato è tanto più allarmante se si considera che la fascia 25-34 anni rappresenta esattamente la generazione su cui un Paese dovrebbe scommettere per costruire il proprio futuro produttivo e culturale.
Non si tratta solo di una questione di prestigio statistico. Una popolazione con bassa scolarizzazione terziaria è una popolazione meno attrezzata per affrontare le trasformazioni del mercato del lavoro, meno competitiva nell'economia della conoscenza, meno capace di generare innovazione. E il circolo vizioso si autoalimenta: se laurearsi non "conviene" — e vedremo perché — meno giovani scelgono di investire anni e risorse nel percorso universitario.
Laureati sì, ma per fare cosa?
Ecco il secondo dato che dovrebbe togliere il sonno a chi governa il sistema dell'istruzione superiore: quasi un terzo dei laureati italiani occupa posizioni lavorative per le quali il titolo di studio non è richiesto. Tradotto: anni di studio, esami, tesi, per poi ritrovarsi in ruoli che avrebbero potuto essere ricoperti con un diploma.
È il fenomeno dell'overeducation, la sovraistruzione rispetto al posto di lavoro effettivamente ricoperto. Un problema che in Italia assume dimensioni particolarmente gravi e che racconta di un disallineamento strutturale tra offerta formativa e domanda del mercato del lavoro. Le università sfornano profili che il tessuto produttivo non riesce — o non vuole — assorbire adeguatamente. E i laureati, stretti tra aspettative disattese e necessità economiche, finiscono per accettare impieghi al di sotto delle proprie competenze.
Questa dinamica ha conseguenze devastanti anche sulla percezione sociale del valore della laurea. Se una famiglia vede il figlio laureato lavorare nelle stesse condizioni di chi si è fermato al diploma, il messaggio che passa è chiaro: studiare non serve. Un messaggio falso — i dati aggregati mostrano che i laureati guadagnano comunque di più nel corso della vita — ma potentissimo nel condizionare le scelte delle nuove generazioni.
Stando a quanto emerge dalle analisi più recenti sulla condizione occupazionale dei laureati italiani, il problema non è solo quantitativo ma qualitativo. Non basta aumentare il numero di laureati se poi il sistema non è in grado di valorizzarne le competenze. La riforma, se mai arriverà, dovrà partire anche da qui.
Il ranking che fa male: solo quattro atenei tra i cento migliori
C'è poi la questione della competitività internazionale. Solo quattro università italiane figurano tra le cento migliori d'Europa nelle principali classifiche globali. Un risultato modesto per un Paese che è la terza economia dell'Unione Europea e che vanta una tradizione accademica secolare.
Il fiore all'occhiello resta il Politecnico di Milano, posizionato al 45esimo posto nel QS World University Rankings. Un risultato di tutto rispetto, certo, ma che rappresenta più l'eccezione che la regola. Dietro al Politecnico, il panorama si fa rapidamente più opaco: la stragrande maggioranza degli atenei italiani non riesce a competere con le università del Nord Europa, con il sistema britannico, con i poli di eccellenza francesi e tedeschi.
I motivi sono molteplici e intrecciati. La spesa pubblica per l'istruzione universitaria in Italia resta tra le più basse del continente in rapporto al PIL. Le infrastrutture di ricerca faticano a tenere il passo. Il reclutamento dei docenti segue dinamiche che — diciamolo senza troppi giri di parole — non sempre premiano il merito. E la capacità di attrarre talenti internazionali, tanto studenti quanto ricercatori, rimane insufficiente.
Le classifiche, va detto, non sono l'unico metro di giudizio. Hanno i loro limiti metodologici, tendono a premiare la ricerca anglofona e penalizzano i sistemi universitari di massa. Ma sarebbe ingenuo liquidarle come irrilevanti: per uno studente straniero che deve scegliere dove investire i propri anni formativi, quei ranking contano eccome.
Merito, governance e logiche tribali
Al cuore della crisi dell'università italiana c'è una questione di cultura istituzionale che nessuna legge, da sola, può risolvere. Il sistema accademico italiano è attraversato da logiche che poco hanno a che fare con il merito e molto con le appartenenze: cordate, scuole di pensiero che si trasformano in tribù, concorsi la cui trasparenza resta spesso opinabile.
Non è un segreto per nessuno. Lo sanno i ricercatori precari che da anni attendono un posto che sembra sempre riservato ad altri. Lo sanno i professori onesti — che sono la maggioranza — costretti a navigare un sistema dove le regole formali e quelle reali non sempre coincidono. Lo sanno gli studenti, che percepiscono l'università come un luogo dove la meritocrazia è più predicata che praticata.
La governance degli atenei rappresenta un altro nodo irrisolto. Il modello attuale, ridisegnato dalla legge Gelmini del 2010, ha introdotto figure manageriali e razionalizzato alcune procedure, ma non ha scardinato le dinamiche di potere interne ai dipartimenti. Il risultato è un sistema ibrido: né pienamente accademico nel senso classico, né davvero manageriale in senso moderno. Un equilibrio instabile che spesso produce immobilismo.
E poi c'è la questione dell'attrattività. L'università italiana fatica a trattenere i propri migliori cervelli e, contemporaneamente, non riesce ad attrarre quelli stranieri in misura sufficiente. La brain drain — la fuga dei cervelli — non è solo uno slogan giornalistico: è un dato strutturale che impoverisce il Paese anno dopo anno.
Cosa servirebbe davvero
La tentazione, ogni volta che si parla di riforma del sistema universitario, è quella di proporre l'ennesimo intervento normativo puntuale: un ritocco ai concorsi, un aggiustamento ai criteri di valutazione, qualche incentivo fiscale. Misure utili, forse, ma insufficienti.
Quello che serve è un ripensamento complessivo. Alcuni punti fermi sembrano ormai ineludibili:
- Investimenti strutturali: portare la spesa per l'università almeno in linea con la media europea non è un lusso, è una precondizione per qualsiasi altra riforma.
- Collegamento reale con il mondo del lavoro: non nel senso riduttivo di piegare l'università alle esigenze immediate delle imprese, ma nel senso di costruire percorsi formativi che forniscano competenze spendibili senza sacrificare la formazione critica.
- Reclutamento trasparente e meritocratico: meccanismi di selezione dei docenti più aperti, più internazionali, più verificabili. Il tema è spinoso, ma non affrontarlo significa condannare il sistema alla mediocrità.
- Internazionalizzazione autentica: più corsi in lingua inglese, più programmi di scambio, più fondi per attrarre studenti e ricercatori dall'estero. Il Politecnico di Milano dimostra che quando un ateneo investe seriamente in questa direzione, i risultati arrivano.
- Diritto allo studio potenziato: borse più consistenti, residenze universitarie degne di questo nome, servizi che rendano concretamente possibile studiare anche a chi non proviene da famiglie benestanti.
La posta in gioco è altissima. Un'università che non funziona non è solo un problema per gli accademici o per gli studenti: è un freno per l'intero Paese. Con il 31,6% di laureati nella fascia più giovane della forza lavoro, l'Italia non può permettersi di rimandare ancora. La questione resta aperta, ma il tempo per affrontarla con la serietà che merita si sta esaurendo.
Domande frequenti
Quanti giovani laureati ci sono in Italia rispetto alla media europea?
Nel 2024, il 31,6% dei giovani italiani tra 25 e 34 anni possiede una laurea, contro una media europea del 44%. L'Italia si colloca tra gli ultimi Paesi dell'Unione per questo indicatore.
Quante università italiane sono tra le prime cento in Europa?
Solo quattro atenei italiani figurano tra i cento migliori d'Europa nelle principali classifiche internazionali. Il Politecnico di Milano è il meglio posizionato, al 45esimo posto nel QS World University Rankings.
Cosa si intende per overeducation dei laureati italiani?
Il termine indica la condizione di chi possiede un titolo di studio superiore a quello richiesto per il lavoro svolto. In Italia, quasi un terzo dei laureati ricopre ruoli per i quali la laurea non sarebbe necessaria, segnalando un forte disallineamento tra formazione e mercato del lavoro.
Perché l'università italiana ha bisogno di una riforma?
I motivi sono molteplici: bassa percentuale di laureati, scarsa competitività internazionale degli atenei, disallineamento tra formazione e occupazione, insufficienza degli investimenti pubblici, meccanismi di reclutamento poco trasparenti e limitata capacità di attrarre talenti dall'estero.