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Caso Piersanti Mattarella: dietro il depistaggio, l'ombra lunga di Aldo Moro
Editoriali

Caso Piersanti Mattarella: dietro il depistaggio, l'ombra lunga di Aldo Moro

L'arresto di un ex prefetto a Palermo riapre una ferita mai chiusa. E ci riporta al nodo irrisolto tra mafia, terrorismo e quella strategia politica che qualcuno voleva cancellare

Un guanto scomparso e un arresto che pesa

Un guanto. Un semplice guanto lasciato sulla scena del crimine, che avrebbe potuto parlare — e che invece è stato fatto sparire. A distanza di oltre quarant'anni dall'omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana assassinato a Palermo il 6 gennaio 1980, la procura del capoluogo siciliano ha compiuto un passo che ha il peso di una svolta investigativa e, insieme, di un atto d'accusa contro pezzi delle istituzioni: l'arresto di un ex prefetto con l'accusa di depistaggio.

La notizia, emersa nelle scorse ore, costringe a riaprire un capitolo che molti avrebbero preferito lasciare sigillato. Non si tratta soltanto di un cold case riesumato per zelo giudiziario. È qualcosa di più profondo: la conferma che attorno a quell'omicidio si è costruita, con metodo e complicità istituzionali, una cortina di silenzio.

Il guanto scomparso non è un dettaglio da romanzo giallo. È un reperto che, analizzato con le tecniche forensi oggi disponibili, avrebbe potuto fornire tracce biologiche decisive. La sua sparizione racconta di mani che si sono mosse per impedire alla verità di emergere. Mani che, stando a quanto emerge dall'indagine, appartenevano a chi avrebbe dovuto tutelare la legalità.

Il depistaggio come sistema

L'arresto dell'ex prefetto non è un fulmine a ciel sereno per chi conosce la storia dei misteri irrisolti d'Italia. Dalla strage di Piazza Fontana a quella di Bologna, dal caso Moro alla morte di Guiliani, il depistaggio non è mai stato un incidente di percorso. È stato, nei decenni più bui della Repubblica, un meccanismo strutturale.

Nel caso Mattarella la dinamica si ripete con una precisione che inquieta. Le indagini iniziali furono indirizzate su piste che si rivelarono vicoli ciechi. Prove che svanirono. Testimonianze che non vennero raccolte, o che vennero raccolte male, con una sciatteria che oggi appare tutt'altro che casuale.

Chi ha operato il depistaggio non agiva da solo, né per capriccio. Dietro la scomparsa di quel guanto c'è una rete di protezione che si estendeva ben oltre Palermo. Ed è proprio questa rete — i suoi mandanti, i suoi obiettivi — che la procura sta cercando di ricostruire nel 2025, con strumenti investigativi e una consapevolezza storica che quarant'anni fa mancavano o venivano deliberatamente sabotati.

Piersanti Mattarella, l'erede scomodo di Moro

Per comprendere perché Piersanti Mattarella doveva morire — e perché qualcuno si è dato tanta pena per occultare le prove — bisogna tornare indietro di altri due anni, al rapimento e all'assassinio di Aldo Moro nel 1978.

Mattarella era, nella Democrazia Cristiana siciliana, il più autentico interprete della strategia di Moro: quella visione politica fondata sul dialogo, sull'apertura a sinistra, sulla modernizzazione dello Stato attraverso il confronto anziché la contrapposizione frontale. Una linea che aveva nemici potentissimi, dentro e fuori i confini nazionali.

Con Moro eliminato, i suoi eredi politici restavano bersagli. Mattarella lo era doppiamente: non solo portava avanti quella linea di mediazione, ma lo faceva in Sicilia, cioè nel territorio dove la Democrazia Cristiana intratteneva con Cosa Nostra rapporti di convivenza che il presidente della Regione stava cercando — con coraggio e non poca solitudine — di recidere.

La sua azione di governo puntava a spezzare il sistema degli appalti pubblici controllato dalla mafia. Voleva una Sicilia diversa. Ed era fratello di quel Sergio Mattarella che decenni dopo sarebbe diventato Presidente della Repubblica, portando con sé il peso di un lutto mai elaborato fino in fondo dalla storia ufficiale.

L'eredità politica di Aldo Moro non si estingueva con la sua morte: sopravviveva negli uomini che ne avevano condiviso la visione. Eliminarli significava estirpare una cultura politica. È una lettura che oggi, alla luce della riapertura del caso Mattarella nel 2025, appare meno come una tesi e più come una ricostruzione suffragata dai fatti.

Il crocevia tra mafia e terrorismo

Uno degli aspetti più disturbanti del caso Mattarella è il punto in cui mafia e terrorismo si incontrano. L'omicidio fu eseguito con modalità che richiamavano l'azione terroristica — un agguato in pieno giorno, l'esecuzione del presidente davanti alla famiglia — ma il movente affondava le radici nel sistema di potere mafioso.

Gli anni di piombo non erano soltanto il tempo delle Brigate Rosse e dei NAR. Erano il tempo in cui le linee di demarcazione tra eversione nera, criminalità organizzata e settori deviati dello Stato si facevano sottilissime, fino a scomparire. Il caso Mattarella si colloca esattamente in questo crocevia.

Le indagini hanno nel tempo vagliato piste che conducevano ai vertici di Cosa Nostra — i nomi dei Madonia, dei Bontade, dello stesso Totò Riina — ma anche connessioni con ambienti dell'estrema destra e con figure legate ai servizi segreti. Un intreccio che la magistratura palermitana ha definito, in diverse occasioni, come un esempio paradigmatico della convergenza operativa tra poteri criminali e poteri occulti.

L'arresto dell'ex prefetto si inserisce in questo quadro. Non è l'ultimo tassello, ma potrebbe essere quello che fa saltare l'intera costruzione del depistaggio, rivelando chi diede l'ordine di far sparire le prove e perché.

Un Paese che fatica a fare i conti con se stesso

Ogni volta che un caso come quello di Piersanti Mattarella torna sotto i riflettori, l'Italia si ritrova a fare i conti con la stessa domanda: perché tanta verità resta sepolta?

Non è retorica. È una questione politica e civile. I depistaggi non si esauriscono nell'atto materiale di far sparire un guanto o di inquinare un fascicolo. Producono un danno più vasto: erodono la fiducia nelle istituzioni, alimentano il cinismo, trasformano la ricerca della verità in un esercizio che molti considerano futile.

Eppure, il fatto che nel 2025 una procura trovi il coraggio e gli elementi per arrestare un ex alto funzionario dello Stato dice anche altro. Dice che la memoria non si arrende. Che le carte, prima o poi, parlano. Che i testimoni, anche quelli a lungo silenti, possono decidere di rompere il muro.

La vicenda di Piersanti Mattarella non è solo storia politica italiana. È il presente di un Paese che, tra mille resistenze, continua a scavare nelle proprie zone d'ombra. Con la consapevolezza che senza verità non c'è giustizia — e senza giustizia, la democrazia resta incompiuta.

Domande frequenti

Chi era Piersanti Mattarella?

Piersanti Mattarella era il presidente della Regione Siciliana, esponente della Democrazia Cristiana e fratello maggiore di Sergio Mattarella. Fu assassinato il 6 gennaio 1980 a Palermo in un agguato davanti alla sua famiglia. La sua azione di governo mirava a contrastare il sistema di potere mafioso negli appalti pubblici siciliani.

Perché si parla di depistaggio nel caso Mattarella?

La procura di Palermo ha accertato che prove fondamentali — tra cui un guanto rinvenuto sulla scena del crimine — furono fatte sparire. L'arresto di un ex prefetto con l'accusa di depistaggio conferma che settori istituzionali operarono per impedire l'accertamento della verità sull'omicidio.

Qual è il legame tra l'omicidio Mattarella e Aldo Moro?

Piersanti Mattarella era considerato uno degli eredi politici della strategia di Moro, fondata sul dialogo e sull'apertura a sinistra. Dopo l'assassinio di Moro nel 1978, i suoi continuatori — soprattutto in contesti sensibili come la Sicilia — divennero bersagli di chi voleva cancellare quella linea politica.

Cosa si intende per convergenza tra mafia e terrorismo nel caso Mattarella?

L'omicidio presenta caratteristiche tipiche sia dell'azione terroristica sia della violenza mafiosa. Le indagini hanno individuato possibili connessioni tra Cosa Nostra, ambienti dell'estrema destra e settori deviati dei servizi segreti, configurando un intreccio di poteri che ha reso il caso particolarmente complesso da risolvere.

Quali sviluppi ci sono stati nel 2025?

Nel 2025 la procura di Palermo ha arrestato un ex prefetto per depistaggio, riaprendo di fatto il caso e portando alla luce nuovi elementi sull'occultamento delle prove. L'indagine punta a ricostruire la rete di complicità istituzionali che protesse i responsabili dell'omicidio.

Pubblicato il: 1 marzo 2026 alle ore 19:00

Antonello Torchia

Articolo creato da

Antonello Torchia

Direttore Responsabile di EduNews24.it

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