- Il divieto di Valditara e il nodo irrisolto della dipendenza digitale
- Nomofobia: quando togliere il cellulare diventa un trauma
- Personalità alterate e comportamenti violenti: il quadro che emerge
- La scrittura a mano come antidoto
- Giornalismo e nuove tecnologie: una convivenza difficile
- Domande frequenti
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C'è un paradosso che attraversa il dibattito sul divieto cellulare a scuola e che Mauro Crippa, direttore Comunicazione e Immagine del gruppo Mediaset, ha messo a fuoco con una lucidità che merita attenzione. Da un lato, vietare lo smartphone agli studenti è una scelta giusta — necessaria, anzi. Dall'altro, quella stessa proibizione rischia di innescare nei ragazzi una reazione che ha già un nome clinico preciso: nomofobia. Il terrore, cioè, di restare disconnessi.
È il cortocircuito educativo della nostra epoca. E Crippa non si sottrae alla complessità della questione.
Il divieto di Valditara e il nodo irrisolto della dipendenza digitale
Quando il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara ha deciso di imporre il divieto dello smartphone nelle scuole, le reazioni si sono divise con la prevedibilità che accompagna ogni scelta netta in materia di politiche educative. Troppo rigido, per alcuni. Tardivo ma sacrosanto, per altri.
Crippa si colloca senza ambiguità nel secondo campo. «Ha fatto bene», è la sintesi della sua posizione, espressa nel corso di un'intervista che affronta il tema con uno sguardo più ampio rispetto alla semplice regolamentazione scolastica. Il punto, stando a quanto emerge dalle sue parole, non è tanto il dispositivo in sé, quanto ciò che il suo uso compulsivo sta producendo nelle nuove generazioni: una trasformazione profonda del modo di relazionarsi, di comunicare, di pensare.
Il provvedimento del Ministero si inserisce, del resto, in un quadro normativo europeo che sta andando nella stessa direzione. La Francia ha fatto da apripista già nel 2018, e diversi Paesi — dall'Olanda alla Finlandia — hanno adottato misure analoghe. L'Italia, con il decreto Valditara, ha esteso il divieto di utilizzo dello smartphone durante le ore di lezione a tutte le scuole di ogni ordine e grado, comprese le primarie, dove peraltro il fenomeno della dipendenza da cellulare nei ragazzi si manifesta in forme sempre più precoci.
Nomofobia: quando togliere il cellulare diventa un trauma
Il termine è di quelli che si imprimono nella memoria: nomofobia, dall'inglese no-mobile-phone phobia. Non è un neologismo da social media, ma un concetto che la letteratura scientifica ha iniziato a indagare con crescente serietà. Indica la paura irrazionale e persistente di trovarsi senza il proprio telefono, di non poter accedere alla rete, di essere — anche solo temporaneamente — tagliati fuori dal flusso digitale.
Crippa lo introduce nel discorso pubblico con la consapevolezza di chi osserva i meccanismi della comunicazione da una posizione privilegiata. Il paradosso è esattamente questo: il divieto è giusto, ma va accompagnato. Perché togliere bruscamente lo smartphone a un adolescente che ha costruito attorno a quel dispositivo l'intera architettura delle proprie relazioni sociali può generare ansia, isolamento, reazioni di rigetto.
Non si tratta di cedere al ricatto della dipendenza. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che il problema ha radici più profonde di quanto un semplice divieto possa raggiungere. La scuola può — e deve — eliminare lo smartphone dalle aule. Ma la famiglia, la società, le istituzioni culturali devono lavorare in parallelo per offrire alternative che non siano percepite come punizioni.
Personalità alterate e comportamenti violenti: il quadro che emerge
Forse il passaggio più duro dell'intervista a Crippa riguarda gli effetti del cellulare sui bambini e sugli adolescenti esposti precocemente. L'uso continuo dello smartphone, sostiene il direttore di Mediaset, porta a vere e proprie mutazioni della personalità. Non usa mezzi termini.
I ragazzi che crescono con il telefono come estensione permanente della mano — e, più ancora, della mente — sviluppano pattern comportamentali alterati. Riduzione della capacità empatica. Difficoltà nel sostenere una conversazione faccia a faccia. Soglia di attenzione sempre più bassa. E, dato che colpisce con forza, una maggiore propensione a comportamenti violenti.
Su quest'ultimo punto, il dibattito scientifico è tutt'altro che chiuso. Diversi studi — tra cui quelli condotti dalla American Psychological Association e più recentemente dall'Istituto Superiore di Sanità in Italia — hanno evidenziato correlazioni significative tra tempo di esposizione agli schermi in età evolutiva e aumento dell'aggressività. Non si tratta di un automatismo, ovviamente. Ma la direzione dei dati è inequivocabile, e Crippa fa bene a portarla all'attenzione di un pubblico più vasto.
L'uso dello smartphone da parte dei minori resta, insomma, una questione di salute pubblica prima ancora che di disciplina scolastica. E il divieto nelle aule, per quanto necessario, rappresenta solo il primo tassello di una risposta che deve essere molto più articolata.
La scrittura a mano come antidoto
C'è un passaggio dell'intervista che suona quasi controcorrente, e proprio per questo merita di essere sottolineato. Crippa insiste sulla necessità di mantenere vivo il rapporto con la scrittura a mano. Non per nostalgia. Per ragioni cognitive.
La ricerca neuroscientifica lo conferma da anni: scrivere a mano attiva aree cerebrali che la digitazione su tastiera — e tanto meno il tocco su uno schermo — non coinvolge. La motricità fine, la memoria visuo-spaziale, la capacità di sintesi, la strutturazione del pensiero. Tutto questo passa, letteralmente, dalla punta di una penna.
Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology nel 2023 da un team dell'Università di Trondheim ha dimostrato che gli studenti che prendono appunti a mano ottengono risultati significativamente migliori nella comprensione e nella memorizzazione rispetto a quelli che utilizzano dispositivi digitali. Non è un dettaglio marginale. È un dato che dovrebbe orientare le scelte pedagogiche.
La scrittura a mano a scuola non è un vezzo del passato. È uno strumento di sviluppo cognitivo che rischiamo di perdere, sacrificato sull'altare di una digitalizzazione acritica. E il fatto che un dirigente del più grande gruppo televisivo privato italiano lo affermi con questa chiarezza aggiunge peso all'argomento.
Giornalismo e nuove tecnologie: una convivenza difficile
Crippa allarga poi lo sguardo a un tema che gli è particolarmente caro: la tutela del lavoro giornalistico di fronte all'avanzata delle nuove tecnologie. Un terreno su cui si gioca una partita che va ben oltre il perimetro scolastico, ma che con la questione educativa condivide una radice comune: il rapporto tra uomo e macchina, tra pensiero critico e automazione.
L'intelligenza artificiale generativa, i sistemi di sintesi automatica, le piattaforme che aggregano contenuti senza retribuire chi li produce. Sono tutte minacce concrete a un ecosistema informativo già fragile. E Crippa lo sa bene, seduto com'è al crocevia tra produzione di contenuti e distribuzione tecnologica.
Proteggere il giornalismo significa proteggere la qualità dell'informazione. E proteggere la qualità dell'informazione significa, in ultima analisi, proteggere la capacità dei cittadini — a partire dai più giovani — di distinguere il vero dal falso, il fatto dall'opinione, il dato dalla manipolazione. Il cerchio, in fondo, si chiude.
Se togliamo lo smartphone dalle mani di uno studente durante le ore di lezione ma non investiamo nella formazione al pensiero critico, nell'educazione ai media, nella valorizzazione della parola scritta e parlata, avremo risolto un sintomo senza affrontare la malattia.
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Le parole di Mauro Crippa hanno il merito di spostare il dibattito dal piano regolamentare a quello culturale. Il divieto del cellulare a scuola voluto da Valditara è un punto di partenza, non un traguardo. La vera sfida — e qui sta il cuore della questione — è ricostruire un'ecologia dell'attenzione che la rivoluzione digitale ha devastato. A partire dalle aule, certo. Ma senza fermarsi lì.
Domande frequenti
Cos'è la nomofobia?
La nomofobia (da no-mobile-phone phobia) è la paura irrazionale di restare senza il proprio telefono cellulare o di non poter accedere alla connessione internet. È un fenomeno in crescita soprattutto tra adolescenti e preadolescenti, e diversi studi la associano a sintomi di ansia, irritabilità e difficoltà di concentrazione.
Il divieto dello smartphone a scuola è previsto per legge in Italia?
Sì. Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara ha disposto il divieto di utilizzo del cellulare durante le ore di lezione nelle scuole di ogni ordine e grado. Il provvedimento si applica anche alle scuole primarie e vieta l'uso dello smartphone anche per scopi didattici nelle classi dell'infanzia e della primaria.
Perché la scrittura a mano è importante per lo sviluppo cognitivo?
La scrittura a mano attiva aree cerebrali legate alla motricità fine, alla memoria e alla strutturazione del pensiero che la digitazione su tastiera o su schermo non stimola allo stesso modo. Studi neuroscientifici hanno dimostrato che prendere appunti a mano migliora la comprensione e la memorizzazione dei contenuti.
Quali sono gli effetti dell'uso precoce dello smartphone sui minori?
Stando alla letteratura scientifica e alle osservazioni riportate da esperti come Mauro Crippa, l'esposizione precoce e continuativa allo smartphone può produrre alterazioni della personalità, riduzione della capacità empatica, abbassamento della soglia di attenzione e, in alcuni casi, una maggiore propensione a comportamenti aggressivi.