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Wellbeing in azienda: i numeri del divario tra strategie e percezione
Lavoro

Wellbeing in azienda: i numeri del divario tra strategie e percezione

L'86% delle aziende vede il wellbeing come priorità strategica, ma solo 1 lavoratore su 4 lo riconosce. I dati e cosa cambia nelle aziende italiane.

Solo il 10% dei lavoratori italiani è davvero coinvolto nel proprio lavoro. È il dato che emerge dal Report Gallup 2025 sullo stato del lavoro globale, che colloca l'Italia tra i paesi europei con il più basso tasso di engagement. Eppure l'86% delle aziende italiane dichiara il benessere aziendale come priorità strategica. La distanza tra questi due numeri dice qualcosa di preciso: più che strumenti, mancano coerenza e partecipazione reale.

I numeri del paradosso

L'Osservatorio Corporate Wellbeing 2025, elaborato da Jointly e Ambrosetti, mette in fila i dati: l'86% delle aziende considera il wellbeing parte integrante della propria strategia, ma solo il 25% dei lavoratori riconosce un impegno concreto da parte del datore di lavoro. Tre dipendenti su quattro non vedono tradursi in pratica ciò che viene dichiarato nelle politiche HR o nei pacchetti benefit.

Il Report Gallup 2025 aggiunge un secondo dato significativo: solo il 10% dei lavoratori italiani risulta davvero coinvolto nel proprio lavoro, il cosiddetto engagement. Il 49% dichiara di vivere lo stress come elemento costante della propria giornata. Non si tratta di aziende prive di programmi: si tratta di programmi che non raggiungono la persona.

Anche i dati sulla formazione continua confermano questa distanza. Cresce il numero di lavoratori che percepisce uno scarto tra le competenze che ha, quelle che usa e quelle che vorrebbe sviluppare. Quando questo scarto si allarga, cambia il modo in cui le persone stanno dentro al lavoro, e spesso anche il modo in cui l'azienda le percepisce.

Intelligenza artificiale e benessere: una variabile nuova

A rendere più complessa questa distanza contribuisce una trasformazione in atto nei luoghi di lavoro: l'introduzione dell'intelligenza artificiale nei processi operativi e di gestione. I prototipi INAIL per la sicurezza sul lavoro con l'AI mostrano come questa tecnologia stia ridisegnando le modalità di tutela e valutazione del rischio, cambiando le responsabilità operative dei lavoratori spesso in modo poco trasparente.

L'INAIL ha già avviato l'integrazione dell'AI nelle istruttorie del bando ISI, che distribuisce contributi alle imprese per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Una trasformazione che pone domande precise su chi decide come e quando usare questi strumenti. Come ha sottolineato Bellucci in un recente intervento, chi governa l'AI nel lavoro deve assumersi la responsabilità di come viene usata.

Per il benessere dei lavoratori questo significa che le aziende non possono limitarsi a offrire programmi di mindfulness o benefit aggiuntivi. Devono rendere comprensibile e partecipata la trasformazione del lavoro. Un lavoratore che non capisce come l'AI stia cambiando il suo ruolo difficilmente percepirà coerenza tra le dichiarazioni sul wellbeing e la propria realtà quotidiana.

Cosa produce davvero benessere

I dati ISTAT sulla condizione lavorativa in Italia, disponibili nel Rapporto annuale ISTAT 2025, indicano che la soddisfazione non cresce dove ci sono più iniziative, ma dove le persone leggono coerenza e percepiscono di poter incidere, anche in piccoli passi. Il 77,6% degli occupati italiani dichiara soddisfazione lavorativa complessiva nel 2024, ma la distribuzione per categoria professionale è disomogenea: il dato scende tra i lavoratori che percepiscono distanza tra il proprio ruolo e le aspettative ricevute.

Il problema non è l'assenza di programmi. Secondo i dati Fondirigenti 2024, solo il 31% dei lavoratori italiani è soddisfatto del pacchetto benefit offerto dalla propria azienda. Un numero basso che non dipende dal valore economico dei benefit, ma dalla distanza tra ciò che viene proposto formalmente e ciò che risponde al bisogno reale.

Il benessere aziendale, in questo quadro, non dipende da quante iniziative vengono lanciate. Dipende da quanto le persone si sentono parte di un percorso che le riguarda davvero.

Le aziende che stanno riducendo questo divario sono quelle che hanno smesso di misurare il proprio impegno dal numero di programmi attivati e hanno iniziato a misurarlo da quanto le persone si sentono parte delle decisioni. La differenza, quasi sempre, non sta nello strumento: sta in chi ha voce per usarlo.

Pubblicato il: 18 aprile 2026 alle ore 08:40

Antonello Torchia

Articolo creato da

Antonello Torchia

Direttore Responsabile di EduNews24.it

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