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Effetto bouba-kiki: lo studio di Padova dimostra che anche i pulcini collegano suoni e forme
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Effetto bouba-kiki: lo studio di Padova dimostra che anche i pulcini collegano suoni e forme

Una ricerca dell'Università di Padova rivela che il meccanismo di corrispondenza suono-forma, finora ritenuto esclusivamente umano, è presente già nei pulcini di tre giorni. Un risultato che riscrive le basi della cognizione linguistica.

C'è qualcosa di profondamente universale nel modo in cui il cervello associa un suono a una forma. Lo sanno bene i linguisti, che da quasi un secolo studiano il cosiddetto effetto bouba-kiki negli esseri umani. Ora, però, una ricerca tutta italiana sposta il confine ben oltre la nostra specie: anche i pulcini — animali con un sistema cognitivo radicalmente diverso dal nostro — stabiliscono le stesse corrispondenze tra suoni e sagome astratte. E lo fanno a soli tre giorni di vita.

Lo studio, condotto all'Università di Padova, rappresenta una delle evidenze più solide a favore dell'ipotesi che questo meccanismo non sia un prodotto culturale o linguistico, ma un tratto biologico condiviso, radicato nell'architettura stessa della percezione sensoriale.

L'esperimento di Padova: pulcini di tre giorni sotto esame

Il protocollo sperimentale messo a punto dal gruppo di ricerca padovano è tanto elegante quanto rigoroso. I ricercatori hanno sottoposto pulcini di appena tre giorni a una serie di 24 prove alternate, durante le quali venivano riprodotti suoni del tipo "bouba" e "kiki" in associazione con forme geometriche astratte — alcune arrotondate, altre spigolose e appuntite.

L'età dei soggetti non è un dettaglio marginale. Tre giorni di vita significano un'esposizione ambientale pressoché nulla: i pulcini non hanno avuto tempo di "apprendere" alcuna associazione tra stimoli sonori e visivi. Qualunque preferenza sistematica osservata, dunque, non può essere attribuita all'esperienza. È, stando a quanto emerge dai dati, una predisposizione innata.

La scelta dell'Università di Padova come sede dello studio non sorprende chi conosce il panorama della ricerca italiana: l'ateneo veneto vanta una tradizione consolidata negli studi sulla cognizione animale e sulle neuroscienze comparative, con gruppi di ricerca riconosciuti a livello internazionale.

Cos'è l'effetto bouba-kiki e perché conta

Per comprendere la portata di questa scoperta, occorre fare un passo indietro. L'effetto bouba-kiki è un fenomeno psicologico documentato per la prima volta negli anni Venti del Novecento dal linguista Wolfgang Köhler e poi ripreso in numerosi studi successivi. Il meccanismo è semplice: se si chiede a un gruppo di persone di associare la parola inventata "bouba" a una di due forme astratte — una tondeggiante, l'altra spigolosa — la stragrande maggioranza sceglie la forma arrotondata. Viceversa, "kiki" viene associato quasi invariabilmente alla forma appuntita.

Il fenomeno è stato replicato in decine di lingue e culture diverse, con percentuali di concordanza che superano spesso il 90%. Questo ha portato i ricercatori a ipotizzare che la corrispondenza suono-forma non dipenda dalla lingua madre del soggetto, ma da qualcosa di più profondo: una sorta di cablaggio percettivo che collega determinate proprietà acustiche (suoni aspri, occlusivi) a proprietà visive (angoli, punte) e, simmetricamente, suoni morbidi e continui a curve e rotondità.

La domanda rimasta aperta per decenni era se questo cablaggio fosse esclusivamente umano — magari legato all'evoluzione del linguaggio — oppure un tratto più antico, condiviso con altre specie.

I risultati: kiki appuntito, bouba arrotondato

I dati raccolti a Padova non lasciano molto spazio all'ambiguità. Nelle 24 prove somministrate, i pulcini hanno mostrato una tendenza statisticamente significativa a orientarsi verso le forme appuntite quando veniva riprodotto il suono "kiki", e verso le forme arrotondate in corrispondenza del suono "bouba".

Il pattern, in altre parole, è lo stesso osservato negli esseri umani adulti, nei bambini e persino nei neonati. Con una differenza cruciale: qui il soggetto sperimentale è un animale che non possiede linguaggio articolato, non ha corteccia prefrontale sviluppata e non condivide con Homo sapiens l'ultimo antenato comune da centinaia di milioni di anni.

Questo suggerisce che la corrispondenza suono-forma preceda l'evoluzione del linguaggio umano e possa essere un principio organizzativo generale dei sistemi nervosi.

Un meccanismo innato che attraversa le specie

La scoperta dell'Università di Padova si inserisce in un filone di ricerca che, negli ultimi anni, sta ridisegnando la mappa delle capacità cognitive animali. Fino a poco tempo fa, la tendenza dominante nelle scienze cognitive era tracciare confini netti tra mente umana e mente animale. Oggi quel confine appare sempre più sfumato.

Il fatto che un meccanismo considerato alla base del linguaggio e della percezione innata si ritrovi anche nei pulcini rafforza l'idea che molte delle nostre capacità cognitive non siano innovazioni recenti, ma rielaborazioni di strumenti percettivi molto antichi. Come sottolineato da diversi esperti di neuroscienze cognitive, la capacità di integrare informazioni provenienti da modalità sensoriali diverse — il cosiddetto cross-modal mapping — potrebbe essere un mattone evolutivo fondamentale, su cui poi si sono costruite strutture più complesse come il linguaggio simbolico.

Per la ricerca italiana, si tratta di un risultato di grande visibilità internazionale. Gli studi sul comportamento animale condotti negli atenei del nostro Paese — da Padova a Trieste, da Torino a Pisa — continuano a produrre evidenze di primo piano, spesso con risorse limitate rispetto ai grandi laboratori anglosassoni. Un dato che merita attenzione anche in termini di politiche di finanziamento della ricerca di base.

Cosa cambia per le neuroscienze cognitive

Le implicazioni dello studio padovano vanno ben oltre la curiosità zoologica. Se l'effetto bouba-kiki è presente in specie evolutivamente distanti dall'uomo, diventa necessario ripensare i modelli teorici sulla nascita del linguaggio. La capacità di associare suoni a significati — il cuore stesso della comunicazione verbale — potrebbe non essere nata dal nulla con Homo sapiens, ma aver trovato un terreno già fertile in meccanismi percettivi preesistenti.

Questa prospettiva apre scenari di ricerca affascinanti. Tra le domande che restano sul tavolo: il meccanismo è presente anche in altre specie aviarie? E nei mammiferi non primati? E, soprattutto, quali strutture neurali lo supportano in un cervello così diverso da quello umano come quello di un pulcino?

La questione resta aperta, ma la direzione è tracciata. E porta la firma della ricerca universitaria italiana.

Domande frequenti

Cos'è l'effetto bouba-kiki?

È un fenomeno per cui la maggior parte delle persone associa spontaneamente il suono "bouba" a forme arrotondate e il suono "kiki" a forme appuntite. Il meccanismo è stato osservato in culture e lingue molto diverse tra loro, suggerendo una base biologica piuttosto che culturale.

Perché sono stati scelti proprio i pulcini per questo esperimento?

I pulcini rappresentano un modello sperimentale ideale per gli studi sulla cognizione innata. A pochi giorni dalla nascita hanno già capacità percettive sviluppate, ma un'esposizione ambientale minima, il che permette di distinguere comportamenti innati da comportamenti appresi.

Questo studio dimostra che i pulcini capiscono il linguaggio?

No. Lo studio dimostra che i pulcini possiedono un meccanismo innato di associazione tra proprietà acustiche e proprietà visive, lo stesso che nell'uomo è considerato uno dei precursori del linguaggio. Non si tratta di comprensione linguistica, ma di una forma di integrazione sensoriale cross-modale.

Dove è stato condotto lo studio?

La ricerca è stata condotta presso l'Università di Padova, ateneo con una lunga tradizione nella ricerca sulla cognizione animale e le neuroscienze comparative.

Quali sono le implicazioni per lo studio del linguaggio umano?

Se la corrispondenza suono-forma è condivisa con specie così distanti dall'uomo, significa che le basi biologiche del linguaggio potrebbero essere molto più antiche di quanto si pensasse. Il linguaggio umano, in questa prospettiva, avrebbe sfruttato meccanismi percettivi già presenti in natura, adattandoli a funzioni comunicative complesse.

Pubblicato il: 1 marzo 2026 alle ore 19:00

Antonello Torchia

Articolo creato da

Antonello Torchia

Direttore Responsabile di EduNews24.it

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