- Lo studio: quasi 38mila fumatori sotto la lente del DNA
- I numeri: chi porta la variante fuma fino al 78% in meno
- Una variante più diffusa tra le popolazioni indigene messicane
- Conferme su larga scala: europei e asiatici
- Verso nuove terapie per la dipendenza da nicotina
- Domande frequenti
C'è chi riesce a fumare poche sigarette al giorno senza mai aumentare il consumo, e chi invece scivola rapidamente verso il pacchetto intero. Per decenni la scienza ha cercato di capire quanto di questa differenza fosse riconducibile alla volontà individuale e quanto, invece, alla biologia. Ora una risposta arriva dal sequenziamento del DNA di migliaia di fumatori: una specifica variante genetica sembra funzionare come un freno naturale al consumo di sigarette.
Lo studio: quasi 38mila fumatori sotto la lente del DNA
I ricercatori hanno analizzato il patrimonio genetico di quasi 38mila fumatori messicani, un campione di dimensioni considerevoli che ha permesso di identificare con precisione statistica una variante associata a un consumo significativamente inferiore di sigarette. Il sequenziamento del DNA — una procedura che oggi si avvale di tecnologie sempre più sofisticate, come dimostra anche l'accelerazione in altri campi della ricerca applicata, dalla stampante 3D ultraveloce alla genomica di nuova generazione — ha consentito di scandagliare il genoma dei partecipanti alla ricerca di marcatori legati al comportamento tabagico.
Stando a quanto emerge dai risultati, non si tratta di un effetto marginale. La correlazione tra la presenza della variante e la riduzione nel numero di sigarette fumate è netta, robusta e replicabile.
I numeri: chi porta la variante fuma fino al 78% in meno
I dati parlano chiaro. I fumatori portatori di una sola copia della variante genetica identificata consumano in media il 21% di sigarette in meno rispetto a chi non la possiede. Ma è nei portatori di due copie — una ereditata da ciascun genitore — che l'effetto diventa dirompente: il consumo si riduce del 78%.
Un calo di questa portata non ha precedenti nella letteratura sulla genetica del fumo. Per dare un'idea concreta: un fumatore medio da venti sigarette al giorno, se portatore della doppia variante, ne consumerebbe poco più di quattro. Una differenza che, sul piano della salute pubblica, si tradurrebbe in una drastica riduzione del rischio di patologie cardiovascolari e oncologiche.
Una variante più diffusa tra le popolazioni indigene messicane
Un aspetto particolarmente interessante riguarda la distribuzione della variante nelle diverse popolazioni. I ricercatori hanno osservato che essa risulta più comune tra le persone di origine indigena messicana, un dato che solleva interrogativi affascinanti sull'evoluzione genetica e sulla pressione selettiva che potrebbe aver favorito la diffusione di questo tratto in specifici gruppi etnici.
Non è la prima volta che la genetica delle dipendenze mostra profili differenti a seconda dell'ancestralità. Tuttavia, come sottolineano gli stessi autori dello studio, sarebbe sbagliato trarre conclusioni deterministiche: la variante non "immunizza" dal fumo, ma modula l'intensità del consumo in chi già fuma. L'ambiente, la cultura e l'accessibilità al tabacco restano fattori decisivi.
Conferme su larga scala: europei e asiatici
La solidità di una scoperta genetica si misura anche dalla sua replicabilità in popolazioni diverse. E su questo fronte i risultati appaiono convincenti. L'associazione tra la variante e il minor consumo di sigarette è stata confermata in due ulteriori gruppi: circa 130mila individui di origini europee e 180mila di origini asiatiche.
Tre continenti, centinaia di migliaia di persone, un risultato coerente. È il tipo di evidenza che nella comunità scientifica trasforma un'ipotesi promettente in un dato acquisito. La variante, pur con frequenze diverse nelle varie popolazioni, esercita lo stesso effetto protettivo indipendentemente dal contesto etnico e geografico.
Verso nuove terapie per la dipendenza da nicotina
La questione, a questo punto, diventa terapeutica. Se una variante genetica è in grado di ridurre il consumo di sigarette in modo così marcato, comprendere il meccanismo biologico attraverso cui agisce potrebbe aprire la porta a nuove strategie farmacologiche per chi vuole smettere di fumare.
Oggi i trattamenti per la dipendenza da nicotina — dai cerotti alla vareniclina, passando per le terapie comportamentali — funzionano in modo variabile da persona a persona. L'idea di una terapia calibrata sul profilo genetico del singolo paziente, la cosiddetta medicina di precisione, non è più fantascienza. Se i ricercatori riusciranno a identificare il pathway molecolare attivato (o inibito) dalla variante in questione, si potrebbe arrivare a farmaci capaci di replicarne l'effetto anche in chi non la possiede.
Per l'Italia, dove secondo i dati ISTAT i fumatori rappresentano ancora circa il 24% della popolazione adulta e il fumo resta la prima causa prevenibile di morte, ogni avanzamento in questo campo ha un peso specifico enorme. La ricerca genetica sul tabagismo non è un esercizio accademico: è una delle piste più concrete per ridurre un bilancio sanitario che costa al Servizio Sanitario Nazionale miliardi di euro ogni anno.
La strada dalla scoperta di laboratorio al farmaco è lunga, com'è noto. Ma il punto di partenza, questa volta, appare solido.
Domande frequenti
La variante genetica impedisce di diventare fumatori?
No. La variante non impedisce di iniziare a fumare, ma è associata a un consumo inferiore di sigarette tra chi già fuma. Si tratta di un fattore che modula l'intensità della dipendenza, non di un'immunità biologica dal tabagismo.
Posso fare un test genetico per sapere se ho questa variante?
Al momento la variante è stata identificata nell'ambito di uno studio di ricerca. Non esistono ancora test genetici commerciali validati specificamente per questa variante in relazione al consumo di sigarette. Eventuali applicazioni cliniche richiederanno ulteriori studi e validazioni.
Se ho la variante, posso smettere più facilmente di fumare?
È plausibile che i portatori della variante possano avere un percorso di cessazione meno difficoltoso, dato il minor livello di consumo. Tuttavia, smettere di fumare resta un processo complesso che coinvolge fattori biologici, psicologici e sociali. Il supporto medico e le terapie esistenti rimangono fondamentali.
Quanto tempo ci vorrà per avere nuovi farmaci basati su questa scoperta?
Lo sviluppo di un farmaco richiede in genere dai dieci ai quindici anni, tra studi preclinici, sperimentazioni cliniche e approvazione regolatoria. La scoperta rappresenta un primo passo importante, ma le applicazioni terapeutiche concrete non sono dietro l'angolo.