- Da Verne a Proust: le letture che hanno formato un Nobel
- La scienza ha bisogno di parole giuste
- Un Nobel sulle pagine del Manifesto
- Il nodo irrisolto della divulgazione in Italia
- Domande frequenti
C'è un filo sottile che lega un romanzo d'avventura letto da ragazzini e un premio Nobel per la fisica. Giorgio Parisi lo ha tirato fuori con la naturalezza di chi non ha mai smesso di considerarsi, prima di tutto, un lettore. Lo ha fatto alla Sapienza Università di Roma, in un incontro che ha messo insieme studenti, docenti e curiosi, e che ha avuto il merito raro di far sembrare la fisica teorica una faccenda profondamente umana.
Parisi — Nobel per la fisica nel 2021 per i suoi studi sui sistemi complessi e disordinati — non ha parlato di equazioni. Ha parlato di libri. E lo ha fatto con una tesi precisa: la curiosità scientifica non nasce nel vuoto, ma ha quasi sempre radici narrative.
Da Verne a Proust: le letture che hanno formato un Nobel
Il racconto di Parisi è partito dall'infanzia. Jules Verne ed Emilio Salgari sono stati i primi ad aprirgli una finestra su mondi governati da leggi fisiche che, a quell'età, apparivano come pura magia. Ventimila leghe sotto i mari non era solo un'avventura: era un catalogo di domande — sulla pressione, sulla luce, sulla vita nelle profondità oceaniche — che chiedevano risposte.
Poi sono arrivati Isaac Asimov e la fantascienza, con la loro capacità di immaginare futuri plausibili fondati su ipotesi scientifiche rigorose. E infine Marcel Proust, citato da Parisi con un'ammirazione che potrebbe sorprendere chi immagina i fisici teorici come creature impermeabili alla letteratura. La Recherche, ha spiegato, gli ha insegnato qualcosa sulla complessità — quella dei sistemi umani, non troppo diversa, nella struttura, da quella dei sistemi fisici che avrebbe studiato per tutta la vita.
Non è un caso che la passione per la scienza e la letteratura convivano in molti dei grandi ricercatori italiani. Ma sentirlo dire con questa chiarezza, in un'aula universitaria, ha un peso diverso. Significa ricordare che la formazione di uno scienziato non si esaurisce nei manuali di disciplina.
La scienza ha bisogno di parole giuste
Il cuore dell'intervento, però, è stato un altro. Parisi ha affrontato di petto quella che ha definito «la vera sfida»: comunicare che cos'è la ricerca scientifica senza cadere nella trappola della semplificazione eccessiva.
È un equilibrio delicato. Da un lato c'è il rischio di parlare solo tra addetti ai lavori, chiudendosi in un gergo impenetrabile. Dall'altro, la tentazione di banalizzare — trasformare scoperte complesse in slogan da social media che tradiscono il senso stesso del lavoro scientifico. Parisi non ha offerto una ricetta, ma ha indicato una direzione: rispettare l'intelligenza del pubblico, senza dare per scontato che tutti abbiano una laurea in fisica.
Stando a quanto emerge dalle sue parole, il problema non è tecnico ma culturale. In Italia la divulgazione scientifica ha una tradizione illustre — da Primo Levi a Piero Angela — eppure resta un'attività percepita come ancillare rispetto alla ricerca vera e propria. I ricercatori che si dedicano alla comunicazione vengono talvolta guardati con sospetto dai colleghi, come se spiegare significasse automaticamente abbassare il livello.
Parisi, forte dell'autorità che un Nobel conferisce, ha ribaltato questa logica. Comunicare la scienza non è un optional. È parte integrante della missione di chi fa ricerca, soprattutto nelle università pubbliche finanziate dai cittadini. Un principio che assume rilevanza particolare in un momento in cui il dibattito sul rapporto tra scienza e società — dal cambiamento climatico all'intelligenza artificiale — è più acceso che mai.
Del resto, la capacità di rendere accessibili concetti complessi è ciò che permette alla ricerca di produrre impatto reale. Lo dimostra anche il campo dell'innovazione tecnologica: basti pensare a come la Stampante 3D ultraveloce: oggetti complessi costruiti in meno di un secondo sia una notizia che affascina il grande pubblico proprio perché qualcuno ha saputo raccontarla nel modo giusto.
Un Nobel sulle pagine del Manifesto
Parisi, d'altronde, predica ciò che pratica. Ha ricordato la sua collaborazione con il Manifesto, il quotidiano per cui ha scritto articoli su argomenti scientifici rivolgendosi a un pubblico non specialistico. Una scelta non scontata per un fisico del suo calibro, e che dice molto sulla sua idea di responsabilità intellettuale.
Scrivere per un giornale significa accettare vincoli — di spazio, di linguaggio, di tempo — che il mondo accademico normalmente non impone. Significa anche esporsi a un lettore che può non essere d'accordo, che può fraintendere, che può criticare. Per Parisi, questo esercizio è stato tutt'altro che una diminuzione: è stato un modo per affilare il pensiero, per capire davvero ciò che stava studiando. Perché, come sottolineato dallo stesso Nobel, se non riesci a spiegare qualcosa in modo semplice, forse non l'hai capita fino in fondo.
Il nodo irrisolto della divulgazione in Italia
La questione resta aperta. Il sistema universitario italiano riconosce ancora troppo poco il valore della comunicazione della scienza nel curriculum dei ricercatori. Le attività di public engagement — termine che il Ministero dell'Università ha inserito tra i criteri di valutazione della terza missione degli atenei — faticano a tradursi in un reale avanzamento di carriera per chi le svolge.
Eppure le parole di Parisi, pronunciate nell'ateneo dove ha insegnato per decenni, suonano come un richiamo preciso. La Sapienza Università di Roma, del resto, è il più grande ateneo d'Europa e ospita una comunità scientifica che ha tutto l'interesse a farsi capire dal Paese che la sostiene.
Forse la lezione più importante di questo incontro non riguarda né la fisica né la letteratura. Riguarda il coraggio di mettere le due cose insieme — la precisione dello scienziato e la forza evocativa della narrazione — per costruire un ponte tra il laboratorio e la società. Un ponte di cui, oggi più che mai, c'è un bisogno urgente.
Domande frequenti
In che modo Giorgio Parisi ha scoperto la passione per la scienza?
Parisi ha raccontato che il suo interesse per la scienza è nato dalla lettura, in particolare dai romanzi di Jules Verne e Emilio Salgari letti durante l'infanzia, che hanno stimolato la sua curiosità verso i fenomeni naturali.
Quali autori hanno influenzato la formazione di Parisi?
Oltre a Verne e Salgari, Parisi ha citato Isaac Asimov per la fantascienza e Marcel Proust per la capacità di rappresentare la complessità, un tema centrale anche nella sua ricerca fisica.
Qual è la posizione di Parisi sulla divulgazione scientifica?
Parisi ritiene che comunicare la ricerca scientifica sia una responsabilità fondamentale per ogni scienziato, ma avverte che la sfida consiste nel rendere i concetti accessibili senza semplificarli al punto da tradirne il significato.
Dove si è svolto l'incontro con Giorgio Parisi?
L'incontro si è tenuto alla Sapienza Università di Roma, l'ateneo dove Parisi ha svolto gran parte della sua carriera accademica.