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Disputa medievale all'Università di Salerno: quando il debate scolastico riscopre le radici della retorica
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Disputa medievale all'Università di Salerno: quando il debate scolastico riscopre le radici della retorica

Due squadre di studenti delle superiori si sono sfidate sul tema "Ci può essere giustizia senza legge?". Un torneo che rilancia la collaborazione tra scuola e università, dimostrando che la didattica innovativa può attingere a tradizioni antichissime

La disputa medievale torna in aula

C'è qualcosa di profondamente paradossale — e insieme straordinariamente sensato — nel fatto che per innovare la didattica si debba tornare indietro di secoli. Eppure è esattamente quello che è accaduto all'Università di Salerno, dove un torneo di disputa medievale ha messo di fronte studenti delle scuole superiori in una sfida intellettuale che poco ha a che fare con i quiz a crocette e molto, invece, con la capacità di pensare, argomentare, convincere.

La disputatio, per chi non la conoscesse, era il cuore pulsante della formazione universitaria nel Medioevo. Non un semplice dibattito: una struttura codificata in cui tesi e antitesi si fronteggiavano secondo regole precise, sotto lo sguardo di giudici chiamati a valutare non tanto chi avesse ragione, ma chi sapesse sostenerla meglio. Una pratica che le università europee hanno abbandonato da tempo, ma che in diversi contesti educativi sta conoscendo una seconda vita. Il debate scolastico in Italia è ormai una realtà consolidata in molte scuole, ma l'iniziativa salernitana ha scelto di risalire alle origini, restituendo al format la sua dignità storica.

Avogadro contro Inkantatori: la sfida sulla giustizia

Due squadre dal nome evocativo: "I numeri di Avogadro" e "Inkantatori". La prima con un richiamo alla scienza esatta, la seconda con un ammiccamento all'arte della persuasione. Il quesito posto ai contendenti non era certo roba da poco: "Ci può essere giustizia senza legge?"

Una domanda che attraversa l'intera storia del pensiero occidentale, da Antigone a Tommaso d'Aquino, da Kant a Rawls. E che oggi, nel pieno di un dibattito pubblico spesso polarizzato e superficiale, acquista un peso specifico notevole. Gli studenti si sono trovati a maneggiare concetti come il diritto naturale, il positivismo giuridico, il rapporto tra equità e norma scritta. Non in astratto, ma dentro una cornice agonistica che richiedeva lucidità, rapidità di pensiero e padronanza del linguaggio.

A giudicare le prestazioni delle due squadre sono stati chiamati Renato De Filippis e Paola Anna Maria Müller, studiosi con competenze complementari, il cui compito non si è limitato a decretare un vincitore. Stando a quanto emerge dal racconto dell'evento, i due giudici hanno offerto ai partecipanti un riscontro puntuale sulla qualità degli argomenti, sulla coerenza logica delle tesi sostenute e sull'efficacia retorica della loro esposizione. Un feedback formativo, prima ancora che valutativo.

Un ponte tra scuola e università

L'aspetto forse più significativo del torneo salernitano non sta nel format in sé — per quanto affascinante — ma nel modello di collaborazione tra docenti universitari e insegnanti delle scuole superiori che lo ha reso possibile. Troppo spesso, nel sistema italiano, scuola e università vivono in compartimenti stagni. I professori del liceo preparano gli studenti per un mondo accademico che conoscono solo per esperienza passata; i docenti universitari ricevono matricole di cui sanno poco o nulla.

Iniziative come questa provano a colmare il fossato. Quando un professore universitario e un insegnante delle superiori progettano insieme un'attività didattica, il risultato è qualcosa che né l'uno né l'altro avrebbe potuto realizzare da solo. La collaborazione scuola università non è solo un'espressione da inserire nei documenti programmatici del Ministero dell'Istruzione e del Merito: è una pratica concreta che richiede tempo, fiducia reciproca e una visione condivisa degli obiettivi formativi.

L'Università di Salerno, con questa iniziativa, dimostra che il terzo settore della missione universitaria — quella che un tempo si chiamava terza missione e che oggi si declina come impatto sociale e territoriale — può passare anche attraverso attività apparentemente semplici, ma di grande valore pedagogico.

Il merito che nasce dall'argomentazione

Vale la pena soffermarsi su un punto che il torneo salernitano solleva, magari involontariamente. Si parla tanto di merito nella scuola italiana — è persino entrato nel nome del Ministero — ma raramente ci si interroga su cosa significhi davvero riconoscerlo e coltivarlo.

Un compito in classe misura la capacità di riprodurre contenuti. Un'interrogazione valuta la memoria e, nei casi migliori, la comprensione. Ma la disputa medievale fa qualcosa di diverso: mette alla prova la capacità di costruire un ragionamento sotto pressione, di ascoltare l'avversario per confutarlo, di modulare il proprio discorso in base al pubblico. Sono competenze che il mondo del lavoro richiede a gran voce e che la scuola fatica a sviluppare con gli strumenti tradizionali.

Gli studenti che hanno partecipato al torneo di Salerno — che frequentino un liceo scientifico, un classico o un tecnico — si sono misurati con un'esperienza che li ha costretti a uscire dalla zona di comfort del programma scolastico. Hanno dovuto leggere, studiare, prepararsi su temi che nessun manuale scolastico tratta in modo esaustivo. E poi hanno dovuto parlare in pubblico, difendere le proprie tesi, accettare la possibilità di essere sconfitti da un argomento migliore del proprio.

È questa, probabilmente, la lezione più importante. Non chi ha vinto tra Avogadro e Inkantatori, ma il fatto che tutti i partecipanti abbiano attraversato un'esperienza formativa autentica. Una palestra di ragioni — come l'ha definita chi l'ha organizzata — dove il muscolo che si allena è quello del pensiero critico.

Se il merito deve essere qualcosa di più di uno slogan, forse è proprio da qui che bisogna partire. Da attività didattiche che valorizzino non la ripetizione, ma la comprensione profonda. Non il nozionismo, ma la capacità di usare le conoscenze per costruire argomenti. L'Università di Salerno ha indicato una strada. Resta da vedere quanti avranno la volontà — e le risorse — di percorrerla.

Domande frequenti

Cos'è una disputa medievale e in cosa si differenzia dal debate moderno?

La disputatio medievale era un esercizio accademico strutturato in cui due parti si confrontavano su una questione (quaestio) seguendo regole logiche e retoriche precise, con un maestro che formulava la determinatio finale. Il debate moderno, diffuso soprattutto nei paesi anglosassoni e sempre più presente nelle scuole italiane, condivide la struttura agonistica ma adotta formati più flessibili. Il torneo dell'Università di Salerno ha scelto di richiamarsi esplicitamente alla tradizione medievale, valorizzandone la profondità argomentativa.

Chi può partecipare a tornei di disputa come quello di Salerno?

Il torneo organizzato dall'Università di Salerno era rivolto a studenti delle scuole superiori, suddivisi in squadre. Iniziative simili sono aperte a istituti di diverso indirizzo — licei, tecnici, professionali — e la partecipazione avviene generalmente attraverso il coordinamento tra i docenti scolastici e l'ateneo organizzatore.

La disputa medievale ha valore ai fini dei crediti scolastici o dei PCTO?

Dipende dagli accordi specifici tra l'università organizzatrice e le scuole partecipanti. In linea generale, attività di questo tipo possono rientrare nei Percorsi per le Competenze Trasversali e per l'Orientamento (PCTO) e contribuire ai crediti formativi, purché siano formalizzate attraverso apposite convenzioni. È consigliabile verificare con la propria scuola le modalità di riconoscimento.

Pubblicato il: 1 marzo 2026 alle ore 19:00

Antonello Torchia

Articolo creato da

Antonello Torchia

Direttore Responsabile di EduNews24.it

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