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Smartphone ai bambini, da 10 a 12 i motivi per dire no: il monito di Garassini agli adulti che si arrendono
Scuola

Smartphone ai bambini, da 10 a 12 i motivi per dire no: il monito di Garassini agli adulti che si arrendono

Nell'edizione aggiornata del suo libro, la giornalista e docente rilancia l'allarme sui rischi dell'uso precoce dei dispositivi. E avverte: i ragazzi ormai chiedono consigli ai chatbot, non agli adulti

C'erano dieci ragioni per non regalare uno smartphone a un bambino. Adesso sono diventate dodici. Non perché qualcuno abbia voluto esagerare, ma perché la realtà — quella fatta di dati, ricerche e osservazioni cliniche — ha aggiunto nuovi capitoli a una storia che molti genitori preferirebbero non leggere.

Stefania Garassini, giornalista e docente all'Università Cattolica di Milano, ha aggiornato il suo libro dedicato ai rischi dell'uso precoce degli smartphone da parte dei minori, arricchendolo di evidenze emerse negli ultimi anni. Il quadro che ne esce è più preoccupante di prima. E il messaggio, stavolta, è rivolto soprattutto agli adulti.

La resa dei genitori e i numeri della pandemia

C'è un fenomeno che Garassini descrive con una parola precisa: resa. Una resa silenziosa, quotidiana, che si consuma nelle case italiane ogni volta che un genitore cede alla pressione — del figlio, del gruppo classe, del "ce l'hanno tutti" — e consegna un dispositivo senza regole né filtri.

La pandemia da Covid-19 ha funzionato da acceleratore formidabile. Durante i mesi di lockdown e di didattica a distanza, la diffusione degli smartphone tra i bambini è cresciuta in modo esponenziale. Quello che doveva essere uno strumento emergenziale si è trasformato in compagno inseparabile, ben oltre la fine dell'emergenza sanitaria. I dati parlano chiaro: l'età del primo smartphone si è abbassata ulteriormente, e con essa si sono abbassate le difese di famiglie già provate da anni difficili.

Stando a quanto emerge dal lavoro di Garassini, non si tratta di demonizzare la tecnologia. Il punto è un altro: la dipendenza da smartphone nei ragazzi non è un'ipotesi teorica, è un fenomeno documentato che produce effetti misurabili su attenzione, sonno, rendimento scolastico e salute mentale.

Da 10 a 12 ragioni: cosa è cambiato

Nella prima edizione del libro, le ragioni per ritardare il più possibile il regalo dello smartphone erano dieci. L'edizione aggiornata ne conta dodici, alla luce di nuovi dati scientifici sui rischi per i più piccoli.

Le due ragioni in più non sono un vezzo editoriale. Riflettono l'evoluzione di un panorama digitale che si muove più velocemente della capacità normativa e educativa degli adulti. Tra i temi nuovi o approfonditi:

  • L'impatto dell'intelligenza artificiale generativa sulla quotidianità dei minori
  • Il ruolo crescente dei chatbot come interlocutori privilegiati degli adolescenti
  • Le evidenze aggiornate sugli effetti della sovraesposizione agli schermi nella fascia 6-12 anni
  • La correlazione tra uso intensivo dei social e disturbi d'ansia e depressione in età evolutiva

Il libro di Stefania Garassini si colloca in un dibattito che in Italia ha trovato sponda anche a livello istituzionale. Basti pensare alla circolare del Ministero dell'Istruzione e del Merito che nel 2024 ha ribadito il divieto di utilizzo degli smartphone a scuola, estendendolo anche alla scuola dell'infanzia e primaria per finalità didattiche non autorizzate.

Quando i chatbot sostituiscono gli adulti

Uno dei dati più inquietanti che emergono dall'aggiornamento riguarda il rapporto tra adolescenti e chatbot. Ragazzi tra i 15 e i 19 anni — un'età in cui la costruzione dell'identità è nel pieno del suo svolgimento — si rivolgono sempre più spesso a sistemi di intelligenza artificiale per chiedere consigli su problemi personali, sentimentali, familiari.

Non a un amico. Non a un genitore. Non a un insegnante. A un algoritmo.

È un dato che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di educazione digitale, dentro e fuori le mura scolastiche. Perché non segnala soltanto una familiarità tecnologica precoce — quella, ormai, è un dato di fatto — ma una crisi di fiducia nei confronti delle figure adulte di riferimento. Se un quindicenne preferisce confidarsi con ChatGPT piuttosto che con la propria madre, il problema non è il chatbot. Il problema è lo spazio relazionale che gli adulti hanno smesso di presidiare.

Come sottolineato da diversi esperti di psicologia dell'età evolutiva, il rischio non è tanto che l'IA dia risposte sbagliate — anche se può accadere — quanto che offra un surrogato di ascolto che non prevede giudizio, conflitto, negoziazione. Tutto ciò che, nella crescita, è invece essenziale.

Educazione digitale: il ruolo della scuola

La questione dello smartphone a scuola resta uno dei nodi più dibattuti della politica scolastica italiana. Il divieto di utilizzo durante le lezioni, più volte ribadito dal MIM, non risolve da solo il problema. Lo contiene, certo. Ma l'educazione digitale è qualcosa di più ampio e strutturale rispetto a un regolamento disciplinare.

Garassini, nel suo libro, insiste su un punto: servono alleanze educative tra scuola e famiglia. Non bastano i divieti se poi, a casa, lo smartphone diventa baby-sitter, compagno di cena, ultimo oggetto toccato prima di dormire e primo al risveglio. E non basta nemmeno l'ora di educazione civica digitale se il messaggio implicito che arriva dagli adulti è di totale dipendenza dai propri dispositivi.

Alcuni istituti stanno sperimentando percorsi innovativi. Patti digitali di comunità, laboratori sul pensiero critico applicato ai media, incontri con i genitori per stabilire regole condivise sull'età giusta per il primo smartphone. Iniziative lodevoli, ma ancora troppo frammentarie per incidere su scala nazionale.

Non arrendersi: istruzioni per genitori e insegnanti

Il sottotitolo implicito del lavoro di Garassini potrebbe essere questo: non arrendersi. Non arrendersi alla narrazione secondo cui i bambini "tanto lo usano comunque". Non arrendersi all'idea che il digitale sia un territorio neutro dove i minori possano muoversi senza guida. Non arrendersi alla tentazione — comprensibile, umana — di usare lo schermo per comprare mezz'ora di silenzio.

I consigli per i genitori che emergono dal libro sono concreti e non ideologici:

  • Ritardare il più possibile la consegna del primo smartphone personale, almeno fino ai 14 anni
  • Stabilire regole chiare sull'utilizzo: orari, luoghi, contenuti accessibili
  • Dare l'esempio: difficile chiedere a un dodicenne di staccarsi dal telefono se il genitore lo consulta ogni tre minuti
  • Parlare apertamente dei pericoli — dal cyberbullismo alla pornografia online — senza allarmismi ma senza reticenze
  • Monitorare senza spiare: la differenza è nel dialogo che accompagna il controllo
  • Proporre alternative: sport, lettura, tempo all'aria aperta, noia produttiva

La sfida, in fondo, non è tecnologica. È educativa. E come tutte le sfide educative, richiede presenza, fatica, coerenza. Qualità che nessun algoritmo — per quanto sofisticato — è in grado di replicare.

Domande frequenti

Qual è l'età giusta per dare lo smartphone a un bambino?

Non esiste una risposta universale, ma la maggior parte degli esperti — tra cui Stefania Garassini — consiglia di attendere almeno i 14 anni per il primo smartphone personale. Prima di quell'età, i rischi legati a dipendenza, esposizione a contenuti inappropriati e interferenze con lo sviluppo cognitivo superano i potenziali benefici.

Quali sono i principali rischi dello smartphone per i minori?

Tra i rischi più documentati figurano: disturbi del sonno, calo dell'attenzione e del rendimento scolastico, esposizione a cyberbullismo e contenuti non adatti, sviluppo di dinamiche di dipendenza comportamentale, isolamento sociale e, nei casi più gravi, disturbi d'ansia e depressione.

I chatbot rappresentano un pericolo per gli adolescenti?

Il problema non è il chatbot in sé, ma l'uso che ne fanno i ragazzi. Quando i sistemi di intelligenza artificiale diventano l'interlocutore principale per problemi personali e affettivi — al posto di genitori, amici o professionisti — si rischia di sostituire relazioni autentiche con simulazioni di ascolto prive di reale empatia e responsabilità.

Cosa può fare la scuola per contrastare l'abuso di smartphone?

Oltre al divieto di utilizzo durante le lezioni, la scuola può promuovere percorsi di educazione digitale strutturati, coinvolgere le famiglie in patti educativi condivisi e formare i docenti affinché sappiano riconoscere i segnali di un uso problematico della tecnologia da parte degli studenti.

Pubblicato il: 1 marzo 2026 alle ore 19:00

Antonello Torchia

Articolo creato da

Antonello Torchia

Direttore Responsabile di EduNews24.it

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